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Il Paradosso del Buddhismo: Quando la Compassione Incontra la Spada

La storia antica e la cronaca contemporanea dimostrano che il buddhismo non è immune da derive violente, conflitti bellici e nazionalismi estremi.

Libero Gentili

4/17/20262 min leggere

L'associazione tra violenza e buddhismo appare spesso paradossale agli occhi occidentali, che sono abituati a vedere questa religione esclusivamente come una filosofia di pace assoluta, meditazione e non-violenza (ahiṃsā). In teoria, il buddhismo è radicalmente pacifista, tanto che il primo dei Cinque Precetti fondamentali richiede di "astenersi dall'uccidere esseri viventi".

Tuttavia, la storia antica e la cronaca contemporanea dimostrano che il buddhismo non è immune da derive violente, conflitti bellici e nazionalismi estremi.

L'eccezione alla regola: l'Intenzione e la Compassione

Nel corso dei secoli, teologi e studiosi hanno sviluppato argomentazioni per giustificare l'uso della forza. Le eccezioni allo stato di non-violenza dipendono generalmente da tre variabili:

  • L'intenzione della persona che commette la violenza (deve essere libera da odio e avarizia).

  • La natura della vittima.

  • La statura di chi commette la violenza (ad esempio, un re o un soldato).

Un esempio classico si trova in alcuni testi Mahayana, dove si narra di una vita passata del Buddha in cui egli uccide un pirata per impedirgli di massacrare 500 mercanti. La logica è "compassionevole": il Buddha accetta di farsi carico del karma negativo dell'omicidio per salvare vite e impedire al pirata di accumulare un karma terribile.

La giustificazione filosofica e la disumanizzazione

La dottrina buddhista riconosce che non esiste un sé eterno e che tutti i fenomeni sono vuoti di essenza (verità convenzionale). Questo ha portato a derive interpretative estreme: se la vita umana è vuota di qualsiasi vera natura, cosa viene distrutto in un omicidio?.

A questo si unisce la disumanizzazione del nemico. Nella dottrina Mahayana, ad esempio, esistono gli icchantika, esseri a cui è preclusa l'illuminazione e che sono considerati inferiori agli animali. Alcuni testi antichi affermano che non si genera alcun karma negativo uccidendoli.

Dalla Storia ai Nazionalismi Moderni

Il buddhismo è stato coinvolto in guerre fin dai tempi di Ashoka, nel III secolo a.C.. Esempi storici includono:

  • Giappone Feudale:
    I grandi monasteri possedevano eserciti privati formati da "monaci guerrieri" (Sōhei) che combattevano per imporre la loro volontà politica.

  • Seconda Guerra Mondiale:
    Molte scuole Zen supportarono l'espansionismo imperiale giapponese, sostenendo che uccidere i nemici fosse un atto di compassione per "purificarli".

Oggi, la causa principale della violenza buddhista è l'identificazione della religione con l'identità nazionale.

  • Myanmar:
    Il movimento nazionalista 969 e l'organizzazione Ma Ba Tha, guidati da monaci estremisti, hanno incitato all'odio contro la minoranza musulmana dei Rohingya, dipingendo l'Islam come una minaccia culturale e demografica

  • Sri Lanka:
    Organizzazioni come il Bodu Bala Sena (Forza del Potere Buddhista) promuovono aggressioni contro musulmani e cristiani per mantenere la supremazia cingalese-buddhista.

Spesso, la violenza nasce quando i monasteri diventano istituzioni di potere politico o proprietari terrieri e decidono di difendere i propri interessi materiali con le armi. La paura della perdita culturale e il nazionalismo possono trasformare la dottrina della compassione in uno strumento di conflitto.

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